Il bacio della pantera (Cat People)

Titolo: Il bacio della pantera

Titolo originale: Cat People

Regista: Jacques Tourneur

Principali attori: S. Simon, K. Smith, T. Conway, J. Randolph, J. Holt

Durata: 73 min.

Anno: 1942

Paese: USA

Il bacio della pantera

Il bacio della pantera

Alice cammina verso casa nella nebbia buia della notte, inseguita dal rumore di passi sul selciato. Si volta: deserta la strada, i lampioni allungano sui muri ombre strane, il fogliame degli arbusti fruscia senza vento. Poi un rumore stridente.

Il bacio della pantera, fantasiosa traduzione italiana di Cat People, è un film americano del 1942 dove la suspence non manca. La pellicola, diretta da Jacques Tourneur e prodotta da Val Lewton per la RKO, fu girata con un budget ridotto e senza grandi star (con la parziale eccezione di Simone Simon), ed è un classico esempio di come si possa fare film ottimi anche senza un dispiegamento ingente di mezzi. D’altra parte il successo non fu solo artistico, ma anche economico, visto che la casa di produzione incassò circa 4 milioni di dollari a fronte dei 134 000 investiti, e riuscì così a recuperare dalla drammatica situazione finanziaria in cui versava dopo il disastro provocato da Orson Welles con L’orgoglio degli Amberson (1942), di cui tra l’altro vediamo riutilizzate porzioni di set.

Il bacio della pantera

Il bacio della pantera

Irena, una giovane ragazza di origine serba, sposa Oliver. Lei però ha delle convinzioni del tutto particolari, che si intrecciano a inquietanti leggende medievali che hanno a che fare con felini piccoli (gatti) e grandi (pantere). Così, quando lui le chiede il divorzio per sposare Alice…

Il bacio della pantera

Il bacio della pantera

Primo elemento vincente del Bacio della pantera è che si tratta di un film costruito sulla paura. Ci troviamo al confine tra horror, fantastico e thriller, il tutto condito da una bella fotografia noir e, appunto, da una costante sensazione di inquietudine. Come sa chiunque abbia visto almeno un paio di pellicole horror, il segreto del genere sta nelle allusioni, non nel mostrare ma nel lasciare che lo spettatore intuisca quello che gli si vuole lasciar intuire (ricordate i corridoi dell’Overlook Hotel in Shining?), anche con l’aiuto dei suoni. Il bacio della pantera in ciò si rivela maestro, risultando un’opera molto moderna nella costruzione del racconto, ma anche in specifiche strutture narrative come, per esempio, l’incubo di Irena.

Il bacio della pantera

Il bacio della pantera

Secondo asso nella manica del film è il ritmo serrato, che ne fa un concentrato di emozioni del tutto privo di inutili lungaggini – e il risultato è una durata complessiva inferiore a un’ora e un quarto. Da bere tutto d’un fiato.

1)       Interesse dell’argomento trattato: soggetto 6
2)       Originalità 6
3)       Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 7
4)       Sceneggiatura 7
5)       Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 9
6)       Montaggio e regia 7
7)       Fotografia 6
8)       Colonna sonora e effetti 6
9)       Attori: interpretazione 7
10)   Grado di apprezzamento collettivo 7
11)   Forza di coinvolgimento 6
12)   Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 7

La pagina di Il bacio della pantera su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt0034587/

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Il grido

Titolo: Il grido

Regista: Michelangelo Antonioni

Principali attori: S. Cochran, A. Valli, D. Gray

Durata: 116 min.

Anno: 1957

Paese: Italia

Il grido

Il grido

La nebbia, una nebbia densa e impenetrabile, avvolge la pianura acquitrinosa del delta del Po. Siamo nel Polesine, tra Pontelagoscuro e Porto Tolle, dove il fiume si scinde in cento rami e si intreccia a stagni, paludi, canali. Gli anni cinquanta sono agli esordi, la disastrosa alluvione del novembre 1951 alle porte.

Il grido è un’opera giovanile di Antonioni che merita di essere inserita tra le sue più riuscite. Dei lavori della maturità, L’avventura e La notte, manca la grande originalità ma anche la pesantezza. Certo, la regia denota una grande padronanza nel seguire modelli, in primo luogo americani, ma non esprime una autentica forza propria come nei lavori successivi (di cui io, tuttavia, non sono un entusiasta).

Il grido

Il grido

La colonna sonora è composta quasi esclusivamente da musiche per pianoforte molto semplici che hanno l’esclusiva funzione di commento ad alcune situazioni, ma forse risulta un po’ invasiva nella prima parte. Il motiv(ett)o orientaleggiante che apre e chiude il film, invece, pecca di ridondanza e mancanza di originalità. La fotografia, e soprattutto quella degli esterni, è invece abile a cogliere la naturale bellezza dei (nebbiosissimi) paesaggi padani.

Il grido

Il grido

Lungi dall’essere mera opera di studio e formazione, Il grido è un road movie con una vicenda un po’ debole, che oscilla tra la descrizione di una realtà amara e l’indagine psicologica del protagonista.

Aldo (S. Cochran) viaggia con la figlia per le umide distese tra Rovigo e Ferrara. Il suo percorso è scandito in quattro tappe, ciascuna segnata da una figura femminile. Aldo non parla molto, non grida mai. È inquieto. Ma al termine del viaggio, allorché torna sui propri passi fino all’origine, noi spettatori capiamo che il grido del titolo in fondo è il suo.

Il grido

Il grido

1)       Interesse dell’argomento trattato: soggetto 7
2)       Originalità 5
3)       Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 7
4)       Sceneggiatura 5
5)       Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 6
6)       Montaggio e regia 6
7)       Fotografia 7
8)       Colonna sonora e effetti 6
9)       Attori: interpretazione 7
10)   Grado di apprezzamento collettivo 6
11)   Forza di coinvolgimento 7
12)   Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 7

La pagina di Il grido su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt0050458/

 

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Breve incontro (Brief Encounter)

Titolo: Breve incontro

Titolo originale: Brief Encounter

Regista: David Lean

Principali attori: T. Howard, C. Johnson, S. Holloway

Durata: 86 min.

Anno: 1945

Paese: Regno Unito

Breve incontro

Breve incontro

Breve incontro, primo lavoro importante del regista David Lean, è un film inglese del 1945 che viene regolarmente inserito tra i capolavori della cinematografia britannica: il British Film Institute lo piazza al secondo posto, dopo Il terzo uomo di Carol Reed e precedendo sul podio Lawrence d’Arabia dello stesso Lean. La vicenda racconta degli incontri di Laura e Alec, entrambi sposati e con famiglia. Laura, la protagonista, tutti i giovedì prende il treno e va a fare compere nella cittadina vicina, finché la sua routine non viene incrinata dall’incontro. I due si frequentano fino a quando lui decide di accettare l’offerta di un impiego a Johannesburg, Sud Africa.

Breve incontro

Breve incontro

Breve incontro è un film fortemente realistico che, nonostante il soggetto, non è facile costringere nella categoria del genere sentimentale. O forse lo è, a patto però di distinguere adeguatamente tra sentimentale e romantico. Il soggetto stesso, d’altra parte, è basato sulla pièce teatrale Still Life, che in italiano può venire reso con “natura morta”. Niente fiamme cieche della passione, tanto per capirci.

Breve incontro

Breve incontro

Il film è impeccabile tecnicamente: opera chiara, senza complicatezze inutili eppure carica di spunti, eccezionalmente compatta, con una bella fotografia in bianco/nero, bravi attori e una colonna sonora non invadente ma capace di fare la sua figura, in particolare grazie al Concerto per pianoforte N. 2 di S. Rachmaninoff.

Insomma, pur essendo un’opera che è possibile non amare (ad alcuni potrà sembrare un film freddo, con cui non è immediato istituire una relazione empatica), è difficile non ammirarne la fattura. Personalmente lo considero un gioiello, certamente è molto differente dagli ambiziosi filmoni epici successivi di Lean, riusciti meglio (Lawrence d’Arabia, ma anche Il ponte sul fiume Kwai) o peggio (Il dottor Zhivago, deludente sotto ogni profilo e, in confidenza, tra i film d’autore più brutti che abbia mai avuto occasione di vedere).

Breve incontro

Breve incontro

1)       Interesse dell’argomento trattato: soggetto 6
2)       Originalità 6
3)       Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 7
4)       Sceneggiatura 8
5)       Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 7
6)       Montaggio e regia 7
7)       Fotografia 7
8)       Colonna sonora e effetti 6
9)       Attori: interpretazione 6
10)   Grado di apprezzamento collettivo 7
11)   Forza di coinvolgimento 6
12)   Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 6

La pagina di Breve incontro su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt0037558/

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Taxi Driver

Titolo: Taxi Driver

Regista: Martin Scorsese

Principali attori: R. De Niro, C. Shepherd, H. Keitel, J. Foster

Durata: 113 min.

Anno: 1976

Paese: USA

Taxi Driver

Taxi Driver

You talkin’ to me? You talkin’ to me?

Un taxi giallo emerge dalla nebbia e dai fumi della strada notturna mentre il lento ritmo jazz della colonna sonora dell’immenso Bernard Hermann (il suo ultimo lavoro, uno dei migliori) avvolge la scena, la rende ovattata, ottusa. È tra gli incipit più notevoli della storia del cinema; così inizia Taxi Driver, primo grande film di Martin Scorsese e emblema del nuovo cinema americano degli anni settanta.

Taxi Driver

Taxi Driver

Travis Bickle (Robert De Niro), disadattato reduce del Vietnam, guida un taxi a New York. Ne vede le periferie, ai suoi occhi bassifondi morali dove la filthy mass attende la redenzione. Someday a real rain will come and wash all this scum off the streets, dice Travis. La preparazione alla sua personale guerra contro un mondo che non ne comprende le ragioni è accurata (celebre l’addestramento e la scena in cui si rivolge alla propria immagine allo specchio apostrofandola con “Ma dici a me?”) e ne fa un guerriero classico, omerico (con tanto di cresta).

Taxi Driver

Taxi Driver

Giustiziere solitario in un mondo in putrefazione, braccio di una presunta giustizia che ha molto del religioso, Travis adesso è pronto all’azione. Dopo essere stato rifiutato da Betsy (Cybill Shepherd) e aver tentato senza successo di sparare al senatore Palantine durante un comizio, Travis libera la prostituta tredicenne Iris (Jodie Foster) dal giogo di Sport (Harvey Keitel), freddando quest’ultimo e altre due persone in un bagno di sangue. La violenza si manifesta su un crinale instabile e solo in parte consapevole: da potenziale assassino a eroe incensato dai media il passo è breve.

Taxi Driver

Taxi Driver

Travis Bickle, come e più del Raskol’nikov di Delitto e castigo, è un uomo del sottosuolo. Il risentimento, la nevrosi, lo sdoppiamento ma anche la lucidità e la coerenza implacabile lo rendono personaggio degno delle migliori opere di Dostoevskij, e il modello psichico tratteggiato in Memorie dal sottosuolo è il cosmo in cui Travis vive, di cui si compiace, in cui affonda. Nella inquietante vittoria di Travis con cui il film si chiude la fortuna, nel senso classico di sorte cieca, ha una parte predominante. Come in Match Point, film di Woody Allen del 2005 in cui Dostoevskij ha ancora (idealmente) un ruolo da protagonista. Per fortuna, verrebbe da dire.

Taxi Driver

Taxi Driver

1)       Interesse dell’argomento trattato: soggetto 9
2)       Originalità 9
3)       Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 8
4)       Sceneggiatura 8
5)       Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 8
6)       Montaggio e regia 7
7)       Fotografia 7
8)       Colonna sonora e effetti 9
9)       Attori: interpretazione 8
10)   Grado di apprezzamento collettivo 9
11)   Forza di coinvolgimento 8
12)   Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 9

La pagina di Taxi Driver su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt0075314/

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Diario di un curato di campagna (Journal d’un curé de campagne)

Titolo: Diario di un curato di campagna

Titolo originale: Journal d’un curé de campagne

Regista: Robert Bresson

Principali attori: C. Laydu, A. Borel, R. Bérendt

Durata: 115 min.

Anno: 1951

Paese: Francia

Diario di un curato di campagna

Diario di un curato di campagna

Ambricourt, nelle nebbie della Francia del Nord, ha un nuovo parroco. Lui è molto giovane, al primo incarico, mentre il paese sembra antichissimo, dalle strutture immobili e secolari, emblema di quella France profonde tanto spesso raffigurata nei film di Bresson (Au hasard Balthasar, 1966; Mouchette – Tutta la vita in una notte, 1967). Fedele a uno dei romanzi più noti di Georges Bernanos, Diario di un curato di campagna si sviluppa come confessione del giovane, affetto da un male incurabile. Degne di menzione sono la fotografia in bianco e nero e la colonna sonora, utilizzata sapientemente a tempo.

Diario di un curato di campagna

Diario di un curato di campagna

La narrazione, nell’opera di Bresson, è indubbiamente molto frammentata, con molte scene che durano appena pochi secondi. Questo aspetto, a mio modo di vedere, invece di essere un ostacolo alla fruizione del film lo rende opera riuscitissima per tre motivi. In primo luogo perché esprime l’animo del protagonista, che è tormentato, insomma ne manifesta una geografia interiore frastagliata e dubbiosa, che per Bernanos e Bresson è l’elemento essenziale del cristiano. Inoltre la frammentazione del montaggio restituisce fedelmente la natura compositiva del libro da cui è tratto. Infine riesce a rendere al meglio l’idea di un diario, quale in effetti è l’opera di Bernanos. Bresson è stato maestro ineguagliato nel genere del film diaristico (Pickpocket – Diario di un ladro, 1959; Un condannato a morte è fuggito, 1956), ma è con Diario di un curato di campagna che giunge, da questo punto di vista, all’esito più radicale: le scene del film, per lo più brevi, sono intervallate dalle pagine del diario/confessione che il giovane scrive, e la transizione tra i due moduli è segnata sempre dalla dissolvenza.

Diario di un curato di campagna

Diario di un curato di campagna

Diario di un curato di campagna, ovvero la passione secondo Bresson, è la storia di un’agonia. La figura interiore in cui vive e muore il giovane parroco è il Getsemani, il luogo del dolore nell’universo cristiano. Dell’ascesa al suo calvario riconosciamo le stazioni, ma quello che più conta è che, per Bresson, è proprio la malattia-passione-agonia a segnare la vittoria del cristiano. È nella figura dell’inesperto curato di Ambricourt, in altre parole, che il regista riconosce la piena realizzazione del cristianesimo, e quindi la sua vittoria.

Diario di un curato di campagna

Diario di un curato di campagna

1) Interesse dell’argomento trattato: soggetto 8
2) Originalità 9
3) Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 8
4) Sceneggiatura 8
5) Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 8
6) Montaggio e regia 8
7) Fotografia 7
8) Colonna sonora e effetti 7
9) Attori: interpretazione 7
10) Grado di apprezzamento collettivo 8
11) Forza di coinvolgimento 7
12) Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 8

La pagina di Diario di un curato di campagna su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt0042619/?ref_=fn_al_tt_1

 

 

 

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