Sentieri selvaggi (The Searchers)

Titolo: Sentieri selvaggi

Titolo originale: The Searchers

Regista: John Ford

Principali attori: J. Wayne, J. Hunter, V. Miles, N. Wood, W. Bond

Durata: 119 min.

Anno: 1956

Paese: USA

Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi

Si apre una porta, si schiude dall’interno verso l’esterno. È quella del mito. Si spalanca davanti al simbolo dell’epopea, quella Monument Valley che riassume il West e la sua proiezione filmica. Il nero dell’interno dell’abitazione lascia il posto al magico intreccio di sfumature arancioni e rosa del deserto e all’indaco puro di un cielo senza nubi. Una figura femminile si staglia nello spazio dell’apertura, poi la seguiamo sulla veranda. Verso di lei avanza un cavaliere. È uncle Ethan, ma è soprattutto John Wayne. John Wayne, la Monument Valley e, invisibile ma ben riconoscibile dietro la cinepresa, John Ford. Il mito è vivo.

Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi

È l’incipit di quello che solitamente viene considerato l’insuperato capolavoro del genere western, Sentieri selvaggi. Texas, 1868: una banda di razziatori comanches depreda una piccola mandria, e quasi tutti i coloni della zona si buttano come un sol uomo sulle loro tracce. Peccato che sia un diversivo. Quando se ne accorgono è troppo tardi, e al loro ritorno la fattoria del fratello di Ethan è ormai ridotta a cumulo informe di carboni ardenti, gli adulti accuratamente scalpati e Lucy e Debbie, la prima ormai grandicella, la seconda ancora bambina, rapite. Uno sbrigativo funerale e la caccia è aperta. Ethan e il fratellastro delle rapite Martin, in parte di origine indiana, insieme ai rangers e allo spasimante di Lucy, iniziano la ricerca. Dopo il primo scontro, però, i rangers abbandonano i nostri, e in seguito al ritrovamento del corpo senza vita di Lucy anche il suo promesso perde la vita. Ma Ethan e Martin proseguono la ricerca di Debbie. Estate e inverno. Per cinque anni. Lunghi per loro, lunghissimi per chi li attende a casa. Quando finalmente la trovano e si accorgono di avere di fronte un’indiana Ethan sembra intenzionato a ucciderla. Le cose non finiscono naturalmente qui, ma credo di aver già detto fin troppo.

Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi

Ethan rappresenta certamente il personaggio più complesso interpretato da John Wayne nel corso della sua lunga carriera. La sua cifra è l’ambiguità: è l’eroe del film, su questo non ci piove, ma, lungi dall’essere il paladino senza macchia di Ombre rosse (1939), dimostra un odio per gli indiani tendenzialmente patologico che ne fa una sorta di Achab delle grandi pianure. In un frangente giunge persino a sparare a un branco di bisonti in modo da privare i “musi rossi” di una potenziale, preziosa risorsa di cibo. In un’altra occasione scalpa il nemico di turno (indiano naturalmente) e, come già accennato, rimugina a lungo sull’opportunità di freddare la nipotina, cresciuta tra gli indiani e perciò ormai indiana almeno per metà.

Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi

Martin, invece, a me ricorda un sacco il Kikuchiyo (Toshiro Mifune) dei Sette samurai (1954), il samurai giovane e smargiasso di origine contadina. Credo non sia casuale la reciproca ammirazione di Ford e Kurosawa, e d’altra parte i mondi cui i due registi danno vita (il West americano e il Giappone premoderno) sono molto meno lontani di quanto si possa pensare di primo acchito.

I paesaggi di Sentieri selvaggi sono quanto di più bello vi possa capitare di vedere sul grande schermo e, già da soli, un motivo più che sufficiente per guardare il film. La magia della Monument Valley domina incontrastata i primi 40 minuti di visione, per poi ritornare ancora in seguito. In mezzo gli scenari innevati provocano un piacere degli occhi che si avvicina molto a qualcosa di fisico, e non mancano alcune riprese mozzafiato delle grandi praterie.

Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi, infine, è un film di confine. La soglia è quella che divide natura e cultura, paesaggi incontaminati e luoghi colonizzati, mito e storia, appartenenza famigliare ed etnica (in Martin), eroismo e razzismo (in Ethan), violenza e sopravvivenza (negli indiani, che godono di uno statuto intermedio tra quello di cattivi per antonomasia dei western degli anni trenta e quaranta e quello, quasi altrettanto unilaterale, delle nobili vittime dell’uomo bianco in vari film successivi). Su tutto, poi, aleggia il confine per eccellenza, la frontiera maiuscola, quella del West.

Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi

Come in una classica ring Composition, nel finale il cerchio si chiude: la porta (il più tipico e quotidiano dei confini, a ben vedere) si riapre. I protagonisti (ri)entrano in casa, finalmente. Non tutti, però, e a pensarci bene non può che essere così: uno no, e non credo ci sia bisogno che dica di chi si tratti.

1)       Interesse dell’argomento trattato: soggetto 8
2)       Originalità 8
3)       Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 8
4)       Sceneggiatura 8
5)       Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 9
6)       Montaggio e regia 9
7)       Fotografia 9
8)       Colonna sonora e effetti 8
9)       Attori: interpretazione 8
10)   Grado di apprezzamento collettivo 9
11)   Forza di coinvolgimento 8
12)   Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 9

La pagina di Sentieri selvaggi su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt0049730/

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