La sposa promessa (Lemale et ha’halal – Fill the Void)

Titolo: La sposa promessa

Titolo originale: Lemale et ha’halal

Regista: Rama Burshtein

Principali attori: H. Yaron, Y. Klein, I. Sheleg

Durata: 90 min.

Anno: 2012

Paese: Israele

La sposa promessa

La sposa promessa

La sposa promessa, opera d’esordio della regista Rama Burshtein, è un film israeliano che è stato presentato alla mostra del cinema di Venezia nel 2012. Candidato agli Oscar 2013, pur non ottenendo la nomination ha contribuito alla crescita costante dell’apprezzamento verso il cinema di un piccolo, vivacissimo Paese. E’ sufficiente dire che negli ultimi sei anni per ben quattro volte un film israeliano ha ottenuto una nomination per il premio più ambito.

La sposa promessa

La sposa promessa

L’opera racconta con grande semplicità una storia interna alla comunità haredi di Tel Aviv, in cui i matrimoni sono di norma combinati. La giovane Shira deve decidere se sposare il marito della sorella dopo la morte di parto di quest’ultima. Se è vero che Shira può scegliere in autonomia, lo è altrettanto che viene sottoposta a pressioni non indifferenti, sia esplicite sia (soprattutto) culturali. Detto altrimenti, la libertà di cui Shira dispone appare più formale che reale: ha davvero di fronte a sè uno spettro di possibilità concrete tra cui scegliere?

La sposa promessa

La sposa promessa

Bisogna dirlo, La sposa promessa non è un autentico capolavoro. È invece un film ben fatto, non solo chiaro e semplice ma anche abilmente costruito e a tratti vibrante. Se non fosse ambientata in un mondo particolarmente attento alla conservazione di (alcune) tradizioni, la vicenda potrebbe sembrare uscita dalla penna di scrittori come Oz o Grossman.

La sensazione che permea tutta la pellicola è quella di delicatezza e sensibilità, ma soprattutto di una grande intimità. A questo concorre non solo la sceneggiatura (su cui pure nutro qualche riserva), ma anche una fotografia non di rado efficacemente sfocata, le pose dei personaggi negli interni, costruite sul modello della ritrattistica famigliare, e una scelta dei colori che predilige le tinte chiare e il bianco.

La sposa promessa

La sposa promessa

La vita ebraica che vediamo nella Sposa promessa, una delle tante vite ebraiche possibili – con in più, se vogliamo, il carattere di essere facilmente riconoscibile -, è descritta dall’interno con attenzione e realismo. Nulla a che vedere, insomma, con un film tutto sommato alquanto discutibile come Kadosh (Gitai, 1999). E poco da spartire anche con il chiasso e la confusione dell’ebraismo un (bel) po’ stereotipo à la Woody Allen. Una delle scene più riuscite è quella iniziale: Shira entra in un supermercato per dare una sbirciata al suo futuro, possibile marito, assorto nelle compere. Reparto latticini. Questa sì che sembra strappata a un film del celebre regista di Brooklyn.

1)       Interesse dell’argomento trattato: soggetto 8
2)       Originalità 7
3)       Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 6
4)       Sceneggiatura 5
5)       Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 7
6)       Montaggio e regia 6
7)       Fotografia 6
8)       Colonna sonora e effetti 6
9)       Attori: interpretazione 6
10)   Grado di apprezzamento collettivo 6
11)   Forza di coinvolgimento 6
12)   Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 6

La pagina di La sposa promessa su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt2219514/

 

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Recensione “Principessa Mononoke” (“Mononoke Hime”, 1997)

Una vita da cinefilo

Hayao Miyazaki è una di quelle persone che, appena finisci di vedere un suo film, hai voglia di abbracciare. Il ritorno al cinema della Principessa Mononoke è un’ottima occasione per ritrovare il calore dei suoi acquarelli, il coraggio dei suoi protagonisti, la bontà della sua terra, la magnificenza della natura. L’amore di Miyazaki per la natura è un tesoro da proteggere, da custodire e portare sempre con sé: in questa occasione lo spunto arriva dal Giappone medievale e dallo scontro tra la natura stessa e la cività industriale. Il film dà vita ad una foresta magica abitata da divine belve parlanti, da una giovane guerriera e da un Dio Bestia che rappresenta il cuore stesso della foresta. Nel Giappone caotico e destabilizzato di quel periodo, il conflitto tra gli dei della natura e gli uomini sembra una partita che non porterà a nessun lieto fine, a meno che le due…

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Liebster Award

Liebster AwardRingrazio vivamente Antonio Falcone del blog Sunset Boulevard per avermi nominato nell’ambito del Liebster Award. Coloro che io a mia volta nominerò, per aderirvi, dovranno seguire queste semplicissime regole: ringraziare chi li ha nominati, pubblicare il link del suo blog e rispondere alle 10 domande che ha rivolto loro; elencare 10 blog (che abbiano meno di 200 seguaci, a quanto pare), rivolgere ai titolari 10 domande e informarli della nomina. Queste le domande che mi ha rivolto Antonio:

Una personale definizione di cinema (tosta la prima!) Arte della modernità, del movimento, della luce

Ti attira ancora l’idea di un film visto nel buio di una sala cinematografica, anche “vissuta” (dagli sgranocchia popcorn ad oltranza, ai vari commenti fuori luogo per scene gradite o meno) o sei fra coloro che prediligono una visione domestica (pigiamone di flanella, birra ghiacciata e frittatona di cipolle, stile Fantozzi), spaparanzato sul divano di casa? Devo dirlo? Oggi andare al cinema è… è… una esperienza unica, come è sempre stato. Il fatto è però che il programma che passa nella maggior parte delle sale è piuttosto ripetitivo, i film stranieri sono pressoché sempre proposti doppiati e le novità più recenti non bastano a sfamare un abulico di cinema come me, perciò viva il pigiamone! (ecco, magari della frittatona di cipolle farei a meno…) Per fortuna nelle grandi città non mancano le rassegne di cinema d’autore o di nicchia!

Un autore cinematografico sopravvalutato… Fassbinder, tanto per cominciare. Tra i contemporanei azzarderei Nanni Moretti, il Benigni regista, Ken Loach e Michael Moore

Lettera da una sconosciuta

Lettera da una sconosciuta

…ed uno sottovalutato Spielberg (a livello di critica, s’intende). Per il passato citerei almeno Max Ophuls, tra i miei preferiti in assoluto

Una breve considerazione sul cinema italiano, magari pensando più all’abbandono dei vari generi, commedia a parte, che al cinema d’autore propriamente detto. Cosa manca ancora per ritrovare i fasti di un tempo? Tante cose, a partire dai soldi, che anche in questo settore sono ovviamente fondamentali. Però forse qualcosa negli ultimi anni ricomincia a muoversi…

Ed ora passiamo al cinema straniero, americano in particolare, noti qualche nuova ispirazione oppure ritieni che vi sia una riproposizione di schemi già noti e rodati? Gli schemi nuovi secondo me ci sono, il problema è trovarli nel canale un po‘ intasato della distribuzione. Per quanto riguarda il cinema americano odierno, direi che paradossalmente buona parte dei contributi di maggiore originalità sono di registi già celebri, per esempio Scorsese e i fratelli Coen.

Un autore/attore italiano che vorresti vedere più attivo… Certamente Giorgio Diritti

…ed uno straniero L’israeliano Samuel Maoz, che nel 2009 ha diretto Lebanon, uno dei film di guerra più interessanti degli ultimi anni (a dirlo non è certamente un superappassionato dei film di questo genere)

La distribuzione in Italia: privilegiati i soliti idio… ehm, pardon, i soliti noti? Difficile dire di no, almeno per le pellicole che più intasano le sale. Per ora…

Monsters & co.

Monsters & co.

Domanda finale “animata”: siamo tutti Paperino? Non saprei, cinematograficamente sarei orientato al no. Però credo che l’animazione sia uno dei generi che negli ultimi anni ha prodotto i risultati migliori (basti pensare ai lavori della Pixar o a Miyazaki)

Tra i blog che trattano di cinema che seguo nomino in ordine sparso:

Il cirro capriccioso

I love italian movies

Un paio di uova fritte

Libri nei film

La settima arte

Quinta parete

Una vita da cinefilo

Qui si parla di cinema

Il cinema è un’invenzione senza futuro

Cinerama

Ed ora le dieci domande che rivolgo ai nominati:

Il mio regista preferito è…

Un regista che invece trovo difficilmente digeribile è…

In che misura un grande attore può diventare anche grande regista, sempre che possa diventarlo?

Quanto pesa nella riuscita di un film la bravura degli interpreti?

Un grande libro può essere anche un grande film?

La mia top-10 di film è…

Colonna sonora: commento alla vicenda, protagonista decisivo o elemento secondario?

Parliamo di generi. Qual è secondo te il più sottovalutato della storia del cinema?

…e quello da cui ti aspetti di più nel cinema di domani?

Cosa pensi che sia indispensabile in un blog di cinema?

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Un cane andaluso (Un chien andalou)

Titolo: Un cane andaluso

Titolo originale: Un chien andalou

Regista: Luis Bunuel

Durata: 16 min.

Anno: 1929

Paese: Francia

Un cane andaluso

Un cane andaluso

Una lama di nube taglia la luna piena, una lama di rasoio incide un occhio. Il manifesto della rivoluzione surrealista è servito.

Un cane andaluso è un celebre e scandaloso cortometraggio diretto nel 1929 da Luis Bunuel a partire da un soggetto di Salvador Dalì e dello stesso Bunuel. Molto efficace è la colonna sonora, aggiunta da Bunuel nel 1960 e composta da due tango e un brano dal Tristano di Wagner. La luce, protagonista di una bella fotografia, determina la grande qualità della visione in un film noto soprattutto per aver espresso, nella scena del rasoio, la morte stessa della possibilità di vedere (o, forse, la possibilità di guardare in modo nuovo, per esempio secondo la dottrina psicoanalitica).

Un cane andaluso

Un cane andaluso

Raccontare in due parole la vicenda del film è pressoché impossibile, dal momento che una vicenda è chiaramente assente. Mi limiterò perciò ad alcuni spunti. La messa in discussione del paradigma della visione è innanzitutto una riflessione sullo statuto del cinema e, per dirla con W. Benjamin, sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Ma il taglio dell’occhio è anche il primo termine con cui Bunuel e Dalì tematizzano criticamente i cardini sensoriali della cultura occidentale, laddove il secondo risiede nella mano squarciata e da quella da cui escono formiche (pare un’idea di Dalì, maestro degli squarci impossibili dalle cassettiere antropomorfiche al Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio). L’occhio è tagliato, la mano è squarciata: i sensi padroni dell’esperienza occidentale moderna, funzioni di potere sul mondo ridotto a oggetto, non sono più signori incontrastati, e la via per il superamento del cartesianesimo è aperta.

Un cane andaluso

Un cane andaluso

Di particolare interesse è anche la scena in cui il desiderio sessuale si fa esplicito, con l’uomo che afferra i seni della donna con la bava alla bocca. Quando però cerca di violentarla, lo vediamo impedito da un carico che gli ostacola ogni procedere: due tavole di legno e altrettanti asini morti, pianoforti e preti (questi ultimi vivi). Come dire, il peso immane della legge, della tradizione, della cultura, della Chiesa e della religione sulle sue (di lui? di lei?) spalle. I preti trascinati fanno il paio con il vescovo defenestrato nell’Age d’Or, altro film di Bunuel in cui l’anticlericalismo è particolarmente evidente. Anche la cultura non è risparmiata, e non solo per via dei pianoforti; in una scena successiva i libri che un uomo tiene in mano mutano in pistole. È Bunuel, cosa vi aspettavate?

Un cane andaluso

Un cane andaluso

1)       Interesse dell’argomento trattato: soggetto 8
2)       Originalità 9
3)       Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 6
4)       Sceneggiatura 6
5)       Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 6
6)       Montaggio e regia 5
7)       Fotografia 7
8)       Colonna sonora e effetti 8
9)       Attori: interpretazione 6
10)   Grado di apprezzamento collettivo 7
11)   Forza di coinvolgimento 6
12)   Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 7

La pagina di Un cane andaluso su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt0020530/

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L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show)

Titolo: L’ultimo spettacolo

Titolo originale: The Last Picture Show

Regista: Peter Bogdanovich

Principali attori: T. Bottoms, J. Bridges, C. Shepherd, C. Leachman, B. Johnson, E. Burstyn, E. Brennan, C. Gulager

Durata: 118 min.

Anno: 1971

Paese: USA

L'ultimo spettacolo

L’ultimo spettacolo

Atomi, movimento e vuoto secondo Democrito sono le componenti ultime alla base del mondo tutto. Texas occidentale, uno di quei paesini miracolo del petrolio, inventati dall’oggi al domani nel nulla più desolato, se si eccettuano la moltitudine dei minuscoli atomi di sabbia, il moto incessante del vento e un vuoto fisico e umano, un vuoto che riempie ogni spazio. Gli anni cinquanta sono agli esordi, mentre si avvia al termine la giovinezza dei protagonisti dell’Ultimo spettacolo, l’acclamato capolavoro di Peter Bogdanovich – nonché tra le opere più rappresentative dei primi anni settanta.

L'ultimo spettacolo

L’ultimo spettacolo

Nonostante il soffio ininterrotto del vento sembri pregiudicare una evoluzione di caratteri e situazioni, credo che si possa considerare L’ultimo spettacolo un film di formazione. I personaggi, a partire dal protagonista Sonny (Bottoms), evolvono nel corso della pellicola, in cui molto spazio viene dato alla sessualità e all’ipocrisia a essa correlata. Le esperienze vissute determinano una progressiva trasformazione dei caratteri, che però, come viti che girano senza penetrare, non sono soggetti di una crescita autentica. Il vento soffia, ma non si dirige in nessun luogo. D’altronde Sonny, Duane (Bridges) e gli altri non sono né eroi né antieroi, ma anime grigie con un futuro che sembra già scritto – e con cui lo spettatore trova complicato istituire un rapporto di identificazione (ma non è questo obiettivo di Bogdanovich).

L'ultimo spettacolo

L’ultimo spettacolo

La vicenda si conclude senza scossoni eclatanti – il vento procede, lento e implacabile. L’ultimo spettacolo prima della chiusura del cinema locale, da cui il titolo, è la proiezione del western Il fiume rosso (1948) diretto da Howard Hawks, di cui vediamo la partenza della mandria sotto la guida di John Wayne. Parte la mandria, parte Duane (va a combattere in Corea), parte la bella Jacy (va all’università). Sonny resta, tra la sabbia e il vento.

L'ultimo spettacolo

L’ultimo spettacolo

Come Il fiume rosso, anche L’ultimo spettacolo è un western. Poco importa se mancano i cavalli e le mandrie; i fuoristrada e i pozzi di petrolio se la cavano benissimo. E, come nel film Il vento (Sjöstrom, 1928), nemico non è l’indiano né il fuorilegge, bensì l’eterno scorrere dell’uguale, di cui l’elemento che dà nome all’opera di Sjöstrom è sintesi materiale. Sotto il profilo figurativo L’ultimo spettacolo ricorda a tratti alcune delle più celebri tele di Edward Hopper, cantore del vuoto e della solitudine, a partire da Gas (quello con le pompe di benzina rosse, tanto per capirci), Nighthawks, Summer Evening e Cape Cod Morning.

L'ultimo spettacolo

L’ultimo spettacolo

Le prove attoriali, inoltre, sono davvero fuori dall’ordinario; non a caso questo film segnò l’incipit di luminose carriere (Jeff Bridges, Cybill Shepherd) e importanti conferme (Cloris Leachman, Ellen Burstyn, Ben Johnson).

La musica country, assai presente, è inserita nel tessuto narrativo con grande cura e risulta perfettamente appropriata a commento delle immagini. Una curiosità: tra i vari pezzi compare anche Blue velvet, che sarà poi utilizzato da Lynch nel film omonimo (Velluto blu, 1986). Last, but not least, la fotografia in bianco/nero concorre alla creazione di un’opera molto bella da osservare, anche al di là dei ricchi spunti di riflessione che sa proporre.

1)       Interesse dell’argomento trattato: soggetto 9
2)       Originalità 8
3)       Profondità d’analisi della storia narrata e chiarezza 8
4)       Sceneggiatura 7
5)       Ritmo, equilibrio costruttivo, iteratività 8
6)       Montaggio e regia 8
7)       Fotografia 9
8)       Colonna sonora e effetti 8
9)       Attori: interpretazione 10
10)   Grado di apprezzamento collettivo 9
11)   Forza di coinvolgimento 8
12)   Capacità di suscitare emozioni e/o riflessioni 8
 

La pagina di L’ultimo spettacolo su IMDb è disponibile al link http://www.imdb.com/title/tt0067328/

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